Colpo di calore sul lavoro: cosa deve fare il Datore di Lavoro secondo la Cassazione

Una giornata molto calda non è soltanto una condizione scomoda in cui lavorare.
Quando temperatura, umidità, esposizione al sole, attività fisica, abbigliamento e condizioni individuali si combinano, il caldo può diventare un vero rischio lavorativo. E quando questo accade, non basta mettere a disposizione qualche bottiglia d’acqua o ricordare ai lavoratori di fare attenzione.
Per il Datore di Lavoro il problema diventa organizzativo: quali attività svolgere, in quali orari, per quanto tempo, con quali pause, in quali condizioni e con quale sistema di controllo.
La Cassazione Penale, Sezione IV, con la sentenza n. 14578 del 2026, depositata il 21 aprile 2026, offre un caso particolarmente significativo. La vicenda riguarda un lavoratore colpito da ipertermia e colpo di calore durante l’attività in cantiere. Le conseguenze furono gravissime e il lavoratore morì oltre un anno dopo, dopo un lungo decorso clinico. La Corte ha confermato la rilevanza causale dell’evento originario e ha richiamato gli obblighi di prevenzione collegati all’esposizione alle alte temperature.
Per il Datore di Lavoro, però, la lezione più utile non riguarda soltanto il nesso causale discusso nel processo.
Riguarda quello che deve succedere prima che il colpo di calore si verifichi.

Il caldo deve entrare nell’organizzazione del lavoro
Il rischio caldo non può essere trattato come un imprevisto meteorologico.
Se l’attività espone i lavoratori a temperature elevate, radiazione solare, ambienti non climatizzati o lavori fisicamente impegnativi, queste condizioni devono essere considerate nella valutazione dei rischi e nell’organizzazione delle attività.
“Il riferimento generale è la valutazione di tutti i rischi prevista dal D.Lgs. 81/2008; il microclima rientra inoltre tra gli agenti fisici considerati dall’art. 180. Nei cantieri, come quello esaminato dalla Cassazione, si aggiunge lo specifico obbligo dell’art. 96 di proteggere i lavoratori dalle influenze atmosferiche che possono compromettere salute e sicurezza.”
Approfondisci: il DVR deve descrivere il lavoro reale e le condizioni nelle quali le attività vengono effettivamente svolte.
INAIL ricorda che lo stress termico dipende da diversi fattori: temperatura, umidità, temperatura radiante, velocità dell’aria, intensità del lavoro, abbigliamento e caratteristiche individuali. Negli ambienti severi caldi il sistema di termoregolazione può non riuscire più a mantenere l’equilibrio corporeo, con possibili conseguenze che vanno dalla disidratazione e dall’esaurimento da calore fino al colpo di calore.
Questo significa che il Datore di Lavoro non dovrebbe limitarsi a controllare il termometro.
Deve chiedersi quanto è pesante la lavorazione, quanto dura l’esposizione, se il lavoratore opera al sole, quali DPI indossa, dove può recuperare e quali condizioni sono previste durante l’intero turno.
Il caso esaminato dalla Cassazione
La vicenda riguardava un lavoratore impegnato in un cantiere edile.
Dalle testimonianze richiamate nella sentenza emerge che durante la giornata gli operai avevano svolto attività di pulizia, sistemazione e movimentazione di materiali, lavorando sia all’interno sia all’esterno di una villetta. Dopo il turno della mattina avevano consumato il pasto all’interno di un container non climatizzato e avevano poi ripreso l’attività.
Il lavoratore iniziò a riferire giramenti di testa e dolore alle gambe. Il quadro clinico venne successivamente ricondotto a un colpo di calore che provocò danni cerebrali irreversibili, stato vegetativo e immobilità permanente. Dopo oltre un anno sopraggiunse il decesso, in un quadro complicato anche da infezioni e shock settico.
La difesa aveva contestato il collegamento tra l’episodio iniziale e la morte, avvenuta molto tempo dopo.
La Cassazione ha però ritenuto che le successive complicanze non avessero interrotto il percorso causale originato dal colpo di calore. La condizione prodotta dall’infortunio iniziale aveva infatti determinato la grave compromissione che aveva esposto il lavoratore alle successive complicazioni cliniche.
Cosa significa il nesso causale per il Datore di Lavoro
Le complicazioni cliniche successive non hanno cancellato automaticamente il ruolo dell’infortunio originario. La Cassazione ricorda che, per interrompere il nesso causale, deve intervenire una causa capace di introdurre uno sviluppo nuovo e anomalo rispetto al percorso determinato dall’evento iniziale.
Per il Datore di Lavoro il messaggio pratico è più semplice: la prevenzione deve agire prima che il colpo di calore si verifichi. È lì che l’organizzazione può fare la differenza.
Non basta sapere che “farà caldo”
La gestione del rischio comincia prima della giornata lavorativa.
Le previsioni meteorologiche e gli strumenti di allerta possono aiutare a capire se le condizioni previste richiedono un’organizzazione diversa.
Il progetto Worklimate mette a disposizione mappe previsionali basate sull’indice WBGT per diversi profili di lavoratore e livelli di attività. Lo stesso progetto precisa però che si tratta di strumenti di screening e supporto alle decisioni, che devono essere integrati con l’osservazione delle condizioni effettive presenti sul luogo di lavoro.
Il punto è controllare le condizioni prima che la giornata di lavoro sia già iniziata, non quando i lavoratori stanno manifestando i primi problemi.
Se sono attese condizioni critiche, la domanda deve diventare:
possiamo svolgere questa lavorazione nello stesso modo e negli stessi orari previsti inizialmente?
Modificare gli orari è una misura di prevenzione
Una delle prime leve organizzative è l’orario.
Una lavorazione fisicamente impegnativa eseguita alle 14:00 sotto il sole non presenta le stesse condizioni della stessa attività svolta alle 7:00 del mattino.
Quando il rischio aumenta, può essere opportuno anticipare le operazioni più gravose, posticiparle oppure concentrare nelle ore più calde le attività che possono essere svolte in zone coperte o meno esposte.
La stessa Cassazione richiama espressamente la necessità, nelle situazioni di rischio da calore, di evitare attività esterne faticose nelle ore calde e di organizzare adeguate misure precauzionali.
Il Protocollo quadro sulle emergenze climatiche, recepito con D.M. n. 95 del 9 luglio 2025, richiama a sua volta la necessità di monitorare preventivamente le condizioni climatiche e programmare le misure di prevenzione.
Le pause devono essere programmate, non lasciate alla resistenza individuale
Un altro errore frequente consiste nel lasciare al lavoratore la decisione di fermarsi quando “non ce la fa più”.
A quel punto la prevenzione è già molto debole.
Le pause dovrebbero essere previste sulla base delle condizioni climatiche, dell’intensità del lavoro e dell’esposizione.
La Cassazione richiama tra le misure precauzionali le pause di riposo frequenti e la disponibilità di ripari ombreggiati.
Questo significa anche verificare dove viene effettuata la pausa.
Nel caso esaminato dalla sentenza, i lavoratori avevano consumato il pasto in un container non climatizzato, in condizioni che la ricostruzione processuale ha ritenuto comunque caratterizzate da temperatura elevata.
Una pausa in un luogo altrettanto caldo rispetto all’ambiente di lavoro può non consentire un recupero adeguato.
La zona di riposo deve quindi essere realmente utile: ombreggiata, ventilata o climatizzata quando necessario e facilmente raggiungibile.
L’acqua deve essere disponibile prima che compaia la sete
L’idratazione è un altro elemento che non può essere lasciato soltanto all’iniziativa del singolo.
Il lavoro fisico al caldo aumenta la sudorazione e la perdita di liquidi. INAIL ricorda che la disidratazione è una delle principali condizioni associate all’esposizione prolungata al caldo e che il reintegro dei liquidi rappresenta una misura importante di prevenzione.
Dire che l’acqua è disponibile non basta. Bisogna vedere se il lavoratore può realmente bere quando ne ha bisogno, senza che l’organizzazione del lavoro glielo renda difficile.
Non basta poter dire che “c’è un rubinetto in cantiere”.
Se per bere il lavoratore deve interrompere un’attività complessa, attraversare una grande area o aspettare una pausa lontana nel tempo, la disponibilità teorica dell’acqua può non tradursi in una corretta idratazione.
Formazione: il lavoratore deve riconoscere i primi segnali
Anche una buona organizzazione ha bisogno di lavoratori e preposti in grado di riconoscere ciò che sta accadendo.
Mal di testa, vertigini, debolezza, crampi, confusione, nausea o alterazioni del comportamento non devono essere interpretati semplicemente come stanchezza.
INAIL descrive il colpo di calore come una condizione che può comparire con cefalea, vertigini, astenia e disturbi che possono progredire rapidamente verso quadri molto gravi.
La formazione deve quindi spiegare almeno:
come riconoscere i sintomi iniziali, quando interrompere l’attività, chi avvisare, come attivare il primo soccorso e perché non bisogna lasciare solo il lavoratore che manifesta un malessere.
La Nota INL n. 5484 del 6 luglio 2026 richiama espressamente, nell’ambito dell’attività di vigilanza, la verifica dell’informazione e formazione di lavoratori e preposti sui sintomi del colpo di calore e sulle procedure di primo soccorso.
Il preposto deve poter intervenire e, quando necessario, interrompere l’attività
La vigilanza non può ridursi a verificare che tutti siano presenti e che l’attività proceda.
Quando le condizioni cambiano durante la giornata, qualcuno deve avere il compito e la concreta possibilità di intervenire.
La temperatura può aumentare più del previsto. Una lavorazione può richiedere più sforzo. Una zona ombreggiata può non essere più disponibile. Un lavoratore può iniziare a mostrare segni di malessere.
In questi casi il preposto deve poter riconoscere il pericolo e intervenire.
Proprio il ruolo del preposto ai sensi dell’articolo 19 del D.Lgs. 81/2008 e ricorda che, quando emergono condizioni di pericolo, deve essere valutata anche l’interruzione dell’attività.
La vigilanza, quindi, non consiste nel dire ai lavoratori di “bere spesso”.
Consiste nel controllare che le misure stabilite vengano applicate e che rimangano adeguate alle condizioni reali.
Il rischio caldo non riguarda soltanto chi lavora al sole
È facile associare il caldo soltanto ai cantieri, all’agricoltura o ai lavori stradali.
Sono certamente attività molto esposte, ma non sono le uniche.
Il problema può riguardare anche magazzini, stabilimenti produttivi, cucine industriali, reparti vicini a forni o macchinari che producono calore, attività di consegna e altri ambienti nei quali ventilazione, DPI o carico fisico rendono difficile la dispersione del calore corporeo.
La Nota INL n. 5484/2026 richiama, tra i comparti ai quali dedicare particolare attenzione nell’attività ispettiva estiva, edilizia, agricoltura, logistica, lavori stradali, attività di consegna e rider.
Per il Datore di Lavoro è quindi importante non utilizzare una regola troppo semplice come:
“Non lavoriamo all’aperto, quindi non abbiamo il rischio caldo.”
La valutazione deve considerare le condizioni effettive della mansione.
Non esiste una temperatura unica che risolve la valutazione
Un altro punto importante è evitare di trasformare il rischio caldo in una semplice soglia numerica.
La temperatura dell’aria da sola non descrive completamente il rischio.
Contano umidità, radiazione solare, ventilazione, intensità dell’attività, durata dell’esposizione, acclimatazione, abbigliamento e DPI.
Due lavoratori nello stesso luogo possono inoltre essere esposti in maniera diversa se uno svolge un’attività leggera e l’altro movimenta carichi pesanti.
Per questo strumenti come l’indice WBGT e le previsioni Worklimate sono utili come supporto, ma non sostituiscono la valutazione concreta delle condizioni di lavoro.
La domanda non deve essere soltanto:
“Quanti gradi ci sono?”
Ma:
“Con questi gradi, questa umidità, questo lavoro e questi DPI, quanto è sostenibile l’attività?”
Le condizioni di rischio devono essere ricontrollate durante la giornata
Le condizioni verificate alle otto del mattino possono essere molto diverse da quelle presenti alle quattordici.
Il rischio caldo è dinamico.
Le condizioni meteorologiche cambiano, il carico fisico può aumentare, la lavorazione può spostarsi dal coperto al sole e il lavoratore accumula fatica ed esposizione nel corso delle ore.
Per questo una corretta pianificazione dovrebbe prevedere anche momenti di verifica.
Se il livello di rischio aumenta rispetto alle previsioni, deve essere possibile modificare il programma.
Questo può significare aumentare le pause, spostare una lavorazione, ridurre il carico fisico, far ruotare gli addetti oppure interrompere temporaneamente l’attività.
proprio la necessità di verificare l’effettiva attuazione di misure organizzative quali rimodulazione degli orari, spostamento delle lavorazioni più gravose, aree di pausa adeguate, acqua potabile, informazione, formazione e sorveglianza sanitaria.
Quando fermare il lavoro non è un fallimento organizzativo
Può arrivare un momento in cui modificare orari e pause non è più sufficiente.
Se le condizioni determinano un rischio non accettabile e non è possibile ridurlo attraverso altre misure, la soluzione può essere la sospensione temporanea dell’attività.
Questo non significa che ogni giornata calda debba comportare automaticamente l’interruzione del lavoro.
Significa che l’azienda deve avere previsto anche questa possibilità.
il Datore di Lavoro deve valutare tutte le misure necessarie, compresa la sospensione temporanea delle attività quando le condizioni climatiche comportano un rischio non accettabile per salute e sicurezza.
La decisione non dovrebbe quindi essere improvvisata nel momento di massima criticità.
Deve rientrare nella pianificazione.
Anche i lavoratori più vulnerabili devono essere considerati
La stessa esposizione non produce necessariamente gli stessi effetti su tutte le persone.
Acclimatazione, condizioni di salute, terapie farmacologiche e caratteristiche individuali possono modificare la risposta al caldo.
Per questo il Medico Competente, quando previsto, ha un ruolo importante nell’individuazione di eventuali prescrizioni o limitazioni per i lavoratori maggiormente vulnerabili.
la verifica del coinvolgimento del Medico Competente nella gestione dei soggetti più esposti agli effetti delle alte temperature.
Il Datore di Lavoro non deve conoscere le condizioni cliniche personali dei lavoratori.
Deve però mettere il sistema di sorveglianza sanitaria nelle condizioni di contribuire correttamente alla prevenzione.
Cosa deve verificare concretamente il Datore di Lavoro
Prima di una giornata o di un periodo caratterizzato da temperature elevate, è utile verificare il sistema nel suo insieme.
È la stessa logica che applico durante gli audit ispettivi simulati che svolgo nelle aziende dell’Oristanese: non verifico soltanto se il rischio è stato inserito nel DVR, ma se le misure previste possono essere realmente applicate durante il lavoro.
Le previsioni del rischio vengono controllate? Le lavorazioni più pesanti sono collocate negli orari meno critici? Esistono zone di recupero realmente fresche o ombreggiate? L’acqua è facilmente disponibile? Le pause sono organizzate? I lavoratori conoscono i sintomi? Il preposto sa quando deve intervenire? Sono state considerate le persone maggiormente vulnerabili?
Soprattutto bisogna chiedersi se, quando le condizioni peggiorano, l’organizzazione sia realmente in grado di cambiare.
Un piano che stabilisce pause e rimodulazioni ma che, nella pratica, non può essere applicato perché i tempi di consegna non lo consentono è una misura debole.
La sicurezza deve avere priorità anche nella programmazione produttiva.

La barriera concreta: pianificare il caldo prima del turno
“La tua azienda ha definito chi controlla le condizioni e cosa deve cambiare quando il rischio caldo aumenta?”
Una buona regola organizzativa può essere questa:
nessuna giornata critica dovrebbe iniziare senza aver prima verificato condizioni previste, attività programmate e misure da applicare.
Il Datore di Lavoro può organizzare, con RSPP, preposti e Medico Competente quando previsto, una procedura semplice che stabilisca:
chi controlla le previsioni, chi decide eventuali modifiche, quali lavorazioni vengono spostate, come vengono organizzate le pause, dove sono disponibili acqua e zone di recupero e quali condizioni determinano l’interruzione dell’attività.
In questo modo la gestione del rischio non dipende dalla decisione presa nel momento in cui un lavoratore sta già male.
Cosa impara il Datore di Lavoro dalla Cassazione
La sentenza n. 14578/2026 ricorda che il rischio derivante dalle alte temperature appartiene pienamente alla prevenzione sul lavoro.
Nel caso esaminato, la Cassazione richiama espressamente la necessità di adottare misure capaci di evitare attività esterne faticose nelle ore calde, prevedere pause frequenti, ripari ombreggiati e accorgimenti relativi a vestiario, alimentazione e idratazione.
Ma la lezione più importante per il Datore di Lavoro è ancora più semplice:
il caldo non si gestisce chiedendo al lavoratore di resistere. Si gestisce modificando il lavoro.
Orari, pause, ritmo, esposizione, zone di recupero, idratazione, formazione e vigilanza devono diventare parte dell’organizzazione.
E quando queste misure non bastano, deve essere possibile fermarsi.
Lo Studio Tecnico Domenico Alaia supporta le aziende nella valutazione dei rischi, nell’aggiornamento del DVR e nell’organizzazione delle misure di prevenzione necessarie per gestire anche il rischio da stress termico e alte temperature.
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